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Io, la mia scorta e il senso di solitudine - di Roberto Saviano

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Io, la mia scorta e il senso di solitudine - di Roberto Saviano

Messaggio  Annalisa il Dom Ott 18, 2009 5:58 pm

"LO VEDI, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo sapevo". Così il mio
caposcorta mi ha salutato ieri mattina. Il dolore per la protezione che
cercano di farmi pesare, di farci pesare, era inevitabile. La sensazione di
solitudine dei sette uomini che da tre anni mi proteggono mi ha commosso.
Dopo le dichiarazioni del capo della mobile di Napoli che gettano discredito
sul loro sacrificio, che mettono in dubbio le indagini della Dda di Napoli e
dei Carabinieri, la sensazione che nella lotta ai clan si sia prodotta una
frattura è forte.

Non credo sia salutare spaccare in due o in più parti un fronte che dovrebbe
mostrarsi, e soprattutto sentirsi, coeso. Società civile, forze dell'ordine,
magistratura. Ognuno con i suoi ruoli e compiti. Ma uniti. Purtroppo
riscontro che non è così. So bene che non è lo Stato nel suo complesso, né
le figure istituzionali che stanno al suo vertice a voler far mancare tale
impegno unitario. Sono grato a chi mi ha difeso in questi anni: all'arma dei
Carabinieri che in questi giorni ha mantenuto il silenzio per rispetto
istituzionale ma mi ha fatto sentire un calore enorme dicendomi "noi ci
saremo sempre".

Mi ha difeso l'Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm
Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il
capo della Polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta
smentita di ciò che era stato detto da un funzionario. Mi ha difeso il mio
giornale. Mi hanno difeso i miei lettori.

Ma uno sgretolamento di questa compattezza è malgrado tutto avvenuto e un
grande quotidiano se ne è fatto portavoce. Ciò che dico e scrivo è il
risultato spesso di diversi soggetti, di cui le mie parole si fanno
portavoce. Ma si cerca di rompere questa nostra alleanza, insinuando "tanti
lavorano nell'ombra senza riconoscimento mentre tu invece...". Chi fa questo
discorso ha un unico scopo, cercare di isolare, di interrompere il rapporto
che ha permesso in questi anni di portare alla ribalta nazionale e
internazionale molte inchieste e realtà costrette solo alla cronaca locale.

Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese,
per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di
ottenere. Sono fiero di essere antipatico a questa parte di campani, a
questa parte di italiani e a molta parte dei loro politici di riferimento.
Sono fiero di star antipatico a chi in questi giorni ha chiamato le radio,
ha scritto sui social forum "finalmente qualcuno che sputa su questo
buffone". Sono fiero di star antipatico a queste persone, sono fiero di
sentire in loro bruciare lo stomaco quando mi vedono e ascoltano, quando si
sentono messi in ombra. Non cercherò mai i loro favori, né la loro
approvazione. Sono sempre stato fiero di essere antipatico a chi dice che la
lotta alla criminalità è una storia che riguarda solo pochi gendarmi e
qualche giudice, spesso lasciandoli soli.

Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde
dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il
decantato rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di
monnezza e in mano alle imprenditorie criminali più spietate. Sono sempre
stato antipatico a quella parte di Napoli che vota politici corrotti
fingendo di credere che siano innocui simpaticoni che parlano in dialetto.
Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi dice: "Si uccidono tra
di loro", perché contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a
ripetere questa vuota cantilena.

Perché così permettiamo all'Italia e al resto del mondo di chiamarci
razzisti e vigliacchi se non prestiamo soccorso a chi tragicamente
intercetta proiettili non destinati a lui. Come è accaduto a Petru
Birladeanu, il musicista ucciso il 26 maggio scorso nella stazione della
metropolitana di Montesanto che non è stato soccorso non per vigliaccheria,
ma per paura.
Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada
in televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l'ambizione di
credere che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti.

E serve l'attenzione per aggregare persone. Sarò sempre fiero di avere
questo genere di avversari. I più disparati, uniti però dal desiderio che
nulla cambi, che chi alza la testa e la voce resti isolato e venga spazzato
via com'è successo già troppe volte. Che chi "opera" sulle vicende legate
alla criminalità organizzata e all'illegalità in generale, continui a farlo,
ma in silenzio, concedendo giusto quell'attenzione momentanea che sappia
sempre un po' di folklore. E se percorriamo a ritroso gli ultimi trent'anni
del nostro Paese, come non ricordare che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e
Giancarlo Siani - esposti molto più di me e che prima di me hanno detto
verità ora alla portata di tutti - hanno pagato con la vita la loro
solitudine. E la volontà di volerli ridurre, in vita, al silenzio.

Sono sempre stato fiero, invece, di essere stato vicino a un'altra parte di
Napoli e del Sud. Quella che in questi anni ha approfittato della notorietà
di qualcuno emerso dalle sue fila per dar voce al proprio malessere, al
proprio impegno, alle proprie speranze. Molti di loro mi hanno accolto con
diffidenza, una diffidenza che a volte ha lasciato il posto a stima, altre a
critiche, ma leali e costruttive. Sono fiero che a starmi vicino siano stati
i padri gesuiti che mi hanno accolto, le associazioni che operano sul
territorio con cui abbiamo fatto fronte comune e tante, tantissime persone
singole.

Sono fiero che a starmi vicino sia soprattutto chi, ferocemente deluso dal
quindicennio bassoliniano, cerca risposte altrove, sapendo che dalla
politica campana di entrambe le parti c'è poco da aspettarsi. Sono sempre
stato fiero che vicino a me ci siano tutti quei campani che non ne possono
più di morire di cancro e vedere che a governare siano arrivati politici che
negli anni hanno sempre spartito i propri affari con le cosche. Facendo,
loro sì, soldi e carriera con i rifiuti e col cemento, creando intorno a sé
un consenso acquistato con biglietti da cento euro.

È stato doloroso vedere infrangersi un fronte unico, costruito in questi
anni di costante impegno, che aveva permesso di mantenere alta l'attenzione
sui fatti di camorra. È stato sconcertante vedere persone del tutto estranee
alla mia vicenda esprimere giudizi sulla legittimità della mia scorta. La
protezione si basa su notizie note e riservate che, deontologia vuole, non
vengano rese pubbliche. Sono stato costretto a mostrare le ferite, a
chiedere a chi ha indagato di poter rendere pubblico un documento in cui si
parla esplicitamente di "condanna a morte". Cose che a un uomo non
dovrebbero mai essere chieste.

Ho dovuto esibire le prove dell'inferno in cui vivo. Ho esibito, come
richiesto, la giusta causa delle minacce. Sento profondamente incattivito il
territorio, incarognito. Gli uni con gli altri pronti a ringhiarsi dietro le
spalle. Molti hanno iniziato a esprimere la propria opinione non conoscendo
fatti, non sapendo nulla. Vomitando bile, opinioni qualcuno addirittura ha
detto "c'è una sentenza del Tribunale che si è espressa contro la scorta". I
tribunali non decidono delle scorte, perché tante bugie, idiozie, falsità?
Addirittura i sondaggi online che chiedevano se era giusto o meno darmi la
scorta.

Quanto piacere hanno avuto i camorristi, il loro mondo, lì ad osservare
questo sputare ognuno nel bicchiere dell'altro? Dal momento in cui mi è
stata assegnata una protezione, della mia vita ha legittimamente e
letteralmente deciso lo Stato Italiano. Non in mio nome, ma nel nome
proprio: per difendere se stesso e i suoi principi fondamentali. Tutte le
persone che lavorano con la parola e sono scortate in Italia, sono protette
per difendere un principio costituzionale: la libertà di parola. Lo Stato
impone la difesa a chi lotta quotidianamente in strada contro le
organizzazioni criminali. Lo Stato impone la difesa a magistrati perché
possano svolgere il loro lavoro sapendo che la loro incolumità fa una grande
differenza.

Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta
perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura.
In questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di
espormi sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a
me, ma allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che
vivono la mia condizione. Sento questo odio silenzioso che monta intorno a
me crea consenso in molte parti
Sta cercando il consenso di certa classe dirigente del Sud che con il solito
cinismo bilioso considera qualunque tentativo di voler rendere se non
migliore, almeno consapevole la propria terra, una strategia per fare soldi
o carriera.

Ma mi viene chiesta anche l'adesione a un "codice deontologico", come ha
detto il capo della Mobile di Napoli, il rispetto delle regole. Quali
regole? Io non sono un poliziotto, né un carabiniere, né un magistrato. Le
mie parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di
trasformare. E non avrò mai "bon ton" nei confronti delle organizzazioni
criminali, non accetterò mai la vecchia logica del gioco delle parti fra
guardie e ladri. I camorristi sanno che alcuni di loro verranno arrestati,
le forze dell'ordine sanno in che modo gestire gli arresti che devono fare.

Lo hanno sempre detto a me, ora sono io a ribadirlo: a ognuno il suo ruolo.
La battaglia che porto avanti come scrittore è un'altra. È fondata sul
cambiamento culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in
qualche casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di
ordine pubblico.

Continuare a vivere in una situazione così è difficile, ma diviene
impossibile se iniziano a frapporsi persone che tentano di indebolire ciò
che sino a ieri era un'alleanza importante, giusta e necessaria. So che è
molto difficile vivere la realtà campana, ma c'è qualcuno che ci riesce con
tranquillità. Io non ho mai avuto detenuti che mi salutassero dalle celle,
né me ne sarei mai vantato, anzi, pur facendo lo scrittore, ho ricevuto solo
insulti. Qualcuno dice a Napoli che è riuscito a fare il poliziotto
riuscendo a passeggiare liberamente con moglie e figli senza conseguenze.
Buon per lui che ci sia riuscito. Io non sono riuscito a fare lo scrittore
riuscendo a passeggiare liberamente con la mia famiglia. Un giorno ci
riuscirò lo giuro.
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Annalisa

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